26 aprile 2026

Almirante: “Quando il 25 aprile sarà dimenticato”

di Pietro Cappellari

Giorgio Almirante (1914-1988) è stato certamente il personaggio più rappresentativo del neofascismo italiano, a capo per lunghi anni del MSI, che può ben definirsi una sua “creatura”. Ci siamo dilungati sulla sua figura nel nostro “La rivolta ideale 1993-1995”(1), anche per chiarire la chiara posizione sui “valori della Resistenza”(2). In particolare, abbiamo riproposto un emblematico articolo scritto su “Il Secolo d’Italia” per il 25 Aprile 1955, in occasione del decennale della “liberazione”, che ben evidenzia la critica costante e radicale a tutto il Movimento di Liberazione e, più precisamente, al sistema ciellenista al potere che, in tale data, cercava un’unità morale di stampo antifascista, non potendola trovare sul piano politico(3). Questo pezzo, così importante quanto dimenticato, venne preceduto l’anno prima da un’analoga riflessione sul 25 Aprile, con la quale Almirante condannava il ciellenismo ed attaccava frontalmente tutto l’antifascismo, sia quello democratico che quello socialcomunista, inchiodandolo alle sue responsabilità storiche, morali e politiche.

Questo articolo, comparso sul numero dell’Aprile 1954 de “L’Ultima Crociata” – il periodico dell’Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI – chiarisce, ancora una volta, la posizione di Almirante e del MSI tutto nei confronti del sistema ciellenista che, ancor oggi, sotto diverse bandiere e colori, contraddistingue e condiziona la vita politica italiana. Nel 1954, Almirante ipotizzò una prossima ed inevitabile scomparsa della mitologia “venticinqueaprigliesca”, presagio che, dobbiamo evidenziare, fu troppo ottimista. Ammainate le bandiere ideologiche marxiste, rimane in Italia un “antifascismo morale” cui tutti si devono sottomettere, pena la messa al bando, se non quando una vera e propria repressione. Cambiano i Governi e cambiano le stagioni, ma la fazione, la menzogna, le discriminazioni, continuano a rimanere granitiche nella società politica italiana, come nelle leggi liberticide. Almirante, in quel lontano 1954, sognò l’avvento di un’Italia pacificata, grande, libera ed indipendente. Un sogno destinato a rimanere tale.

Negli anni seguenti non cambieranno certamente le posizioni politiche di Giorgio Almirante sul “25 Aprile”, come dimostra il “fortissimo discorso” pronunciato all’inizio della campagna elettorale per le elezioni amministrative del Giugno 1971, durante il quale aveva spiegato “l’alto significato di alcuni manifesti di questo tenore: ‘Italiani, dimenticate il 25 Aprile, l’odio è rosso, la Patria tricolore’”(4).

Pietro Cappellari

 

25 APRILE

Quando, alla buon’ora, l’Italia ciellenistica e provvisoria avrà chiuso il suo ciclo inglorioso, gli Italiani si stupiranno di avere sventolato il tricolore nella ricorrenza del 25 Aprile. Poi l’oblio vincerà lo stupore; e nessuno se ne ricorderà più.

Sarà un peccato. Siamo ben certi che alla faziosità ciellenista non terrà dietro una faziosità eguale e contraria (a che varrebbe, la nostra battaglia di redenzione?); ma la buona memoria, la feroce memoria, è talora difesa e profilassi. Sarà un peccato dimenticare il 25 Aprile: il vero 25 Aprile; così come oggi è un errore, da parte dei ciellenisti, richiamare l’immagine alle menti degli Italiani che videro.

Il 25 Aprile 1945 i partigiani gettarono i veli della clandestinità e poterono finalmente esibirsi, dopo aver ansiosamente spiato l’esodo dalle città dell’ultimo Tedesco e dell’ultimo fascista armato, alle popolazioni dell’Italia settentrionale. Non ci guadagnarono nulla. Come clandestini erano tollerabili; potevano persino piacere. La gente ascoltava i messaggi segreti di Radio Londra e si riempiva la testa di fantasie romantiche. I guerrieri della montagna: che coraggio! e che barbe! Quando sfilarono, le barbe fecero una discreta figura, e anche i calzoncini all’americana e persino le canzoni cosacche; ma tutto il resto svanì. La gente si accorse che qualcuno, in verità, scendeva allora dalla montagna: ma che i più stavano piovendo dai sobborghi o sbucando dalle cantine, per aggregarsi. Spettacolo da Domenica di paese, non da epopea. Addio romanticismo.

Il giorno dopo, e poi l’altro, e l’altro ancora, fu assai peggio. Forse perché si erano accorti che il popolare buon senso non li prendeva sul serio, gli squadristi di Moscatelli e i compagni vollero mostrare che di far cose serie erano capaci, anzi capacissimi. E cominciò la più spaventevole caccia all’uomo che la storia ricordi. Si trattava di un esercizio semplice, tutt’altro che pericoloso, e per certi temperamenti belluini persino divertente. Cento contro uno, mille contro uno, diecimila contro uno. Tiro a segno sul vivo, sputo sul morto; e la stessa libertà di razzia e di saccheggio della quale un anno prima nel Sud avevano goduto i “liberatori” marocchini. Si giunse a tal punto che tra il giornale comunista di Milano e il giornale comunista di Genova si istituì una macabra gara, una specie di referendum su chi avesse fatto fuori di più. Vinsero quelli di Genova, con una botta da maestri: ne abbiamo gettati tanti in mare, che la contabilità non può tornare; il Naviglio non li avrebbe certo contenuti.

Inutile, del resto, rievocare. Ci pensano oggi, in ogni parte di Italia, gli oratori ciellenisti, di tutto il CLN, in commendevole concordia. Terracini va a braccetto con Gronchi, Vigorelli con Longo. Si esibiscono sulle piazze insieme, come nove anni fa, perché gli Italiani ricordino lo spettacolo del 25 Aprile e dei giorni seguenti.

Noi, da leali avversari – scrive “Il Secolo d’Italia” – li ringraziamo. E ringraziamo soprattutto gli uomini politici democristiani, che in un giorno distruggono, ogni anno, la sottile trama di inganni propagandistici che ne restanti 364 giorni hanno intessuto. Per 364 giorni sconfessano aspramente, dinanzi al tribunale dell’opinione pubblica, Moranino, Moscatelli e tutti quanti. Ma il 25 Aprile c’è appuntamento in piazza, squillano le fanfare, si fa sentire imperioso il richiamo della foresta, anzi della montagna, ed eccoli là, in fila come tanti scolaretti: la resistenza democristiana si allinea con quella socialcomunista e tutte e due costringono gli Italiani a ricordare quel che fu la loro “liberazione”.

Dice il resistenzialismo democristiano che Moranino è un conto e il 25 Aprile un altro. Errore e ipocrisia. Errore perché il beneficio di inventario non esiste, quando ci si proclama, come fa ancora oggi De Gasperi, eredi e depositari di una tradizione. Si eredita tutto; e si deve avere il coraggio morale di difendere tutto quello di cui si è approfittato. Sotto questo profilo, sono assai più coerenti, e nella loro ignominia persino più rispettabili, i comunisti, che difendono oggi Moranino dopo averlo acclamato ieri, dei democristiani, che oggi lo vogliono mandare in galera e ieri si associavano ai suoi macabri trionfi. Ipocrisia, perché i democristiani sanno benissimo che senza i Moranino non ci sarebbe stato il 25 Aprile; ci sarebbe stata l’occupazione anglo-americano-marocchina dell’Italia settentrionale, e basta.

D’altra parte, le date che restano nella storia, oltre le alterne vicende del destino, sono le date feconde. Il 21 Aprile è rimasto scorno dei ciellenisti, perché l’Inno a Roma è fonte di storia. Perché mai dovrebbe restare il 25 Aprile? Non s’accorgono i ciellenisti uniti di recitare in questo giorno una macabra farsa? Non si avvedono che proprio dalle manifestazioni unitarie di oggi emerge innegabile e perentoria la loro collettiva sconfitta? A quale forma di civiltà hanno dato vita, se dalla matrice del 25 Aprile non un Abele e un Caino sono stati partoriti, ma due Caini in feroce lotta tra loro e contro tutti? A qual nuova moralità hanno dato sostanza, se dopo un decennio la nebbia degli scandali grava sulla Primavera italiana? A quali istituti rivoluzionari hanno impresso il sigillo, se dopo dieci anni scricchiolano fatiscenti le fondamenta dello Stato? A quale giustizia sociale hanno aperto il varco, se più che mai la miseria è insultata dal lusso e dallo sperpero, e se di sperpero e di lusso dà esempio proprio la classe dirigente emersa dal 25 Aprile? Di quale democrazia sono stati i garanti, se mai per tante carceri, persecuzioni, iniquità, discriminazioni, e orazioni ebbe a lacrimare l’Italia?

Celebrate, celebrate, signori della resistenza: nulla, proprio nulla, resterà.

Giorgio Almirante

(“L’Ultima Crociata”, a. V, n. 5, Maggio 1954)

 


 

Note

(1) Cfr. P. Cappellari e I. Linzalone, La rivolta ideale 1993-1995. Nascita e tramonto del Movimento Sociale Italiano, Passaggio al Bosco, Firenze 2023, 2 voll. Cfr. anche P. Arcovazzi, L’insurrezione contro la “svolta” di Fiuggi. Tesi, idee, uomini di una rivolta dimenticata, CampoMarzio.home.bolg, 19 Novembre 2023; e S. di Torrealta, “Giù le mani dal Movimento Sociale Italiano!”, EreticaMente.net, 4 Gennaio 2023.
 

(2) Cfr. P. Cappellari, Almirante e i “valori” della resistenza, EreticaMente.net, 13 Giugno 2023.

(3) Cfr. G. Almirante, Non è festa. Appello agli Italiani, “Il Secolo d’Italia”, 24 Aprile 1955; cit. anche in P. Cappellari, Una data cancellata: 2 Maggio 1945. Come il mito del 25 Aprile ha oscurato il giorno della fine della Seconda Guerra Mondiale in Italia, “L’Ultima Crociata”, a. LXXIII, n. 3, Marzo-Aprile 2023.

(4) Cfr. Congresso nazionale dell’Associazione a Trieste, “L’Ultima Crociata”, a. XXI, n. 5-6, Maggio-Giugno 1971.