AMBIENTE, MULTINAZIONALI, PETROLIO E NON SOLO

     È noto a tutti che ci sono interessi colossali, mondiali, delle compagnie petrolifere che  pretendono di tiranneggiare gli eventi non solo economici dell’intero pianeta. Non scopro quindi nulla di nuovo se richiamo l’attenzione dei lettori sulla devastazione dell’ambiente dovuta in gran parte all’uso smisurato del petrolio e dei suoi derivati, un uso che non è stato soltanto scelto dai consumatori per soddisfare alle loro esigenze, ma che è stato imposto sempre più pesantemente  impedendo lo sviluppo di tecnologie per lo sfruttamento competitivo delle fonti energetiche alternative, anche orchestrando una campagna di disinformazione per farci credere che queste tecniche non siano valide e convenienti.
Si è fatto credere anche che il picco petrolifero fosse già stato raggiunto nel corso del 2006 e si aggiungeva che il picco del gas naturale sarebbe stato toccato nel 2007. Ma poi abbiamo scoperto che era una subdola manovra per aumentare il prezzo del petrolio
Le guerre in Afganistan e Iraq, le tensioni con l’Iran e anche il consistente aumento della presenza militare americana in Africa, sono tutte vicende in cui il forte puzzo di petrolio è rivelatore di inconfessabili retroscena, insieme alla decisione della finanza transnazionale di impadronirsi delle miniere del Congo: è sempre la corsa all’accaparramento delle risorse energetiche e non solo, il cui costo criminale in vite umane è sotto gli occhi di tutti. Quel che si tenta di nascondere al grosso pubblico è il terribile incremento di devastanti tumori dove sono passate le truppe “liberatrici, che usano proiettili all’uranio cosiddetto “impoverito”, un “utile” impiego delle scorie radioattive di centrali nucleari e di motori atomici dei sommergibili e di altre navi della U.S. Navy. Un inquinamento che resterà devastante per un paio di secoli.
Ciononostante  c’è qualcuno, e i seguaci servizievoli si son fatti avanti anche in Italia, che  vorrebbe portarci a reintrodurre il nucleare. Il fatto è che le lobby del petrolio, mentre continuano a sfruttare i giacimenti (che non possono durare in eterno, stante l’aumento esponenziale della domanda per l’irrompere sul mercato dell’industrializzazione esplosa in Cina e in India) non disdegnano pensare a un futuro sfruttamento del mercato dell’energia, sempre da fonti, però, più invasive e chi se ne frega, di cui potrebbero controllare in maniera pressoché monopolistica la speculazione, come hanno fatto finora col petrolio.
Si deve pensare però che già esistono invenzioni e procedimenti in grado di estrarre e produrre energia pulita in grandi quantità; fino ad oggi però le lobby di potere le hanno sempre criminosamente bloccate sul nascere impedendo lo sviluppo di nuove tecnologie: un esempio sono i documenti delle strabilianti invenzioni di Nikola Tesla (Tom Bosco su “Rinascita” del 19/10/08) finiti in mano ai servizi segreti americani e occultati, o la campagna di denigrazione e i boicottaggi tutti italiani, alla sperimentazione sulla fusione fredda o alla ricerca sul solare termodinamico. Come è accaduto criminalmente per quel progetto di una centrale ad energia solare che Carlo Rubbia ha eroicamente, patriotticamente, ma inutilmente insistito a voler sviluppare in Italia, cozzando contro il muro di gomma della “Casta politico-mediatico-accademica” italiota e costretto ad emigrare col suo eccellente progetto in Spagna, dove ha trovato l’accoglienza intelligente che meritava.
     Pure volendo mantenerci a livelli più intelligibili dall’uomo della strada, che ormai la percorre in auto o al più in motorino, non mancano le iniziative per affrancarsi dalla tirannia delle multinazionali del petrolio.
    Non c’è chi non veda l’inquinamento da smog irrespirabile delle nostre città e pertanto si è pensato da più parti a forme immediatamente utilizzabili di trazione pulita per le nostre auto e per i nostri motocicli. Per l’idrogeno ci sono difficoltà. Il fatto che questo combustibile non si trovi allo stato libero in natura, ma abbia necessità di tanta energia elettrica per essere prodotto, ci riporta al punto di partenza. O si trova il modo di produrre l’elettricità necessaria da fonti rinnovabili - e ancora i quantitativi prodotti da eolico e solare sono troppo limitati - oppure la società dell’idrogeno sognata da Rifkin resterà un mito. Si è pensato, ovviamente anche all’auto elettrica, ma il problema irrisolto del troppo tempo necessario per la ricarica delle batterie, peraltro piuttosto costose, sembrava aver definitivamente imposto una rinuncia all’impiego di massa di questo sistema di trazione pulito. In Finlandia, però, dove evidentemente il vassallaggio all’alta finanza transnazionale è meno influente e paralizzante, il governo sta realizzando una rete di distributori, in luogo di quelli tradizionali dei carburanti, dove si distribuiscono batterie cariche; il cliente si ferma, lascia la batteria scarica e fa montare la batteria carica, paga soltanto la ricarica e può partire dopo brevissimo tempo. In Italia nessuno penserebbe mai di offendere la supremazia delle multinazionali del petrolio: politici, ambientalisti, anchor men si limitano a beffarci con qualche ipocrita domenica ecologica e continuano a sorriderci ineffabili dai video con le loro olimpiche facce di bronzo.
Ma c’è una soluzione concreta e ancora più pratica e a portata di mano, che ci è vietata dal sistema “democratico” di questa repubblica nata dalla “Resistenza” annegato , per così dire, nel petrolio: l’auto ad aria compressa.

     Il 24/10/06, Antonio Rossini, su “Rinascita” denunziava: “L’auto ad aria è volata”. Si trattava dell’auto ad aria compressa il cui prototipo, “Eolo” fu presentato nel 2001 al Motorshow di Bologna, suscitando enorme interesse; il veicolo portava un serbatoio di aria compressa che alimentava un semplice motore a pistoni, il quale poteva essere riutilizzato al contrario come compressore per ricaricare il serbatoio di aria compressa, semplicemente inserendo una spina in una normale presa a 220 v del garage di casa.  La vettura, a quattro posti poteva raggiungere la velocità di 110 kmh ed aveva un’autonomia di 200 km. Il costo di una ricarica si presentava incomparabilmente più conveniente delle normali auto a benzina. Fu realizzato uno stabilimento per la produzione in provincia di Rieti e furono assunti 90 operai che entrarono però in cassa integrazione guadagni senza mai aver prodotto niente. L’ingegnere progettista, Guy Negre, scomparve; chi, dopo estenuanti ricerche, riuscì a rintracciarlo non ottenne alcuna risposta alle pressanti domande. L’ombra tirannica delle multinazionali del petrolio e dei “camerieri” italioti incombeva mafiosa.
     E’ inutile sottolineare che i ministri dell’Ambiente, i ministri della Sanità, i satrapi dei ministeri economici e dell’industria, succedutisi fin’oggi finsero di non essersi accorti di nulla. E le nostre città continuarono, come continuano, ad essere sempre più inquinate, mentre la nostra dipendenza dal petrolio continua a rapinare i nostri scarsi salari e stipendi e dilapida l’economia nazionale; ma ministri, giornalisti, politici, ed agitatori ambientalisti continuano sempre a sorriderci dai media con la loro imbellettata faccia di bronzo. Per alleviare le preoccupazioni di chi teme l’inquinamento soffocante e cancerogeno delle nostre città, ci somministrano di tanto in tanto ipocritamente una domenica ecologica e continuano a sorriderci dal video con le loro criminali facce del cavolo.
    Le ricerche nostalgiche di chi aveva sognato di poter finalmente liberarsi dalla schiavitù degli idrocarburi, hanno portato ad una scoperta che ci conferma nella nostra indignazione: l’autovettura ad aria compressa esiste ancora; vive in semiclandestinità ed è commercializzata a Carros, un piccolo paese vicino a Nizza (Francia) da una società che si chiama MDI Enterprises SA. Ne commercializzano diversi modelli, ad un prezzo contenuto (9.700 euro per una city car). L’auto non inquina, consente di percorrere 130 km ad un costo praticamente irrisorio (75 centesimi di euro). Recentemente è stato firmato un accordo con la TATA per la produzione e la vendita di queste auto in India (ma solo in India). In Italia continuiamo a goderci le nostre ipocrite domeniche ecologiche.
Claudio Bianchini, che ha svolto un’indagine sul posto, ci ha spiegato il motivo ufficiale delle mancate vendite: hanno  difficoltà a brevettare l’autovettura, con conseguente rischio che possano copiarla, per il semplice motivo che il compressore ad aria compressa usato per le auto era già funzionante nel comune di Lille (Francia): dal 1919 al 1956 l’intera rete tranviaria di Lille andava ad aria compressa. Poi nel ‘56 venne democraticamente eletto sindaco della città un ex dirigente di una nota casa automobilistica e tutto andò in soffitta. Potenza delle maggioranze manipolate dal grosso capitale apolide. A questo punto sorge legittimo il dubbio che pressioni insormontabili dell’alta finanza transnazionale si oppongano allo sviluppo della piccola società francese. Se così non fosse, brevetto o non brevetto, non sarebbe impossibile copiare, sia pure con qualche furbetta innovazione, l’idea dell’auto ad aria compressa, come fece ad esempio la Fiat con il brevetto di un ingegnere italiano per “Il Pendolino” il famoso treno ad alta velocità di qualche anno fa. Se perfino l’apparato, per così dire, rubabrevetti della Fiat è stato bloccato, vuol dire che ordini superiori (ad es. dal Bildelberg) abbiano autorevolmente sconsigliato l’operazione.
     Ma la rapacità globale dell’alta finanza transnazionale non si ferma all’oro nero, le capacità speculative delle teste d’uovo vendute al grosso capitale apolide hanno programmato anche la conquista globale dell’oro blu, l’acqua potabile. Un problema ecologico che sta per diventare gravissimo anche per noi italiani, questo dell’acqua. Già la fornitura di acqua potabile negli acquedotti delle grandi città è stata inquinata con l’aggiunta di acque dure, di sapore sgradevole e nauseabondo, che la rendono imbevibile costringendoci al consumo di acque “minerali”. Non si può in questa manovra generalizzata non intravedere la larvata corruzione di tanti funzionari degli acquedotti da parte di multinazionali , come la Nestlé, che si sono impadronite delle sorgenti; ma adesso il governo castrante della colonia Italia ha aperto a queste lobby anche il controllo delle forniture idriche cittadine.
     Dovremo tornare a risparmiare l’acqua e cercare di trattarla con il rispetto che le compete, attivandoci per non sprecarne nemmeno una goccia; tornano alla memoria le cisterne per il recupero dell’acqua piovana che avevano le case dei nostri nonni. Soprattutto però avremmo dovuto evitare con tutti i mezzi leciti possibili che un bene così prezioso come l’acqua possa essere privatizzato. L’acqua è un bene primario e necessario alla vita come l’aria che respiriamo e pertanto non può essere privatizzato. E invece con l'Art. 23 bis del decreto legge recante la firma del ministro Tremonti ed approvato il 5 agosto di quest'anno, si stabilisce che le reti idriche, pur rimanendo pubbliche, possono essere gestite da società private, come nel caso del gas e dell'energia elettrica. Contraddittoriamente da un lato si ribadisce a chiacchiere la natura pubblica del bene, ma dall’altro si spalancano le porte ai cosiddetti “privati”, ossia alle multinazionali. Che cosa può significare “reti idriche pubbliche”? Ovviamente spese di manutenzione a carico dell’Ente pubblico, mentre gli introiti resterebbero al netto ai privati. Potenza infinita delle multinazionali!
       Dov’è andata a finire la potestà del turlupinato “popolo sovrano” in questa “democrazia regalataci disinteressatamente” dagli Stati Uniti d’America? Sarà forse annegata amaramente in un bicchier d’acqua.

Francesco Fatica