Ma è proprio sicuro che la Marina
sia andata “disciplinatamente” a Malta?

Elio Lodolini

         Una delle affermazioni ricorrenti a proposito della resa incondizionata e del passaggio al nemico (pudicamente definito “armistizio”, cioè temporanea sospensione delle ostilità contro il nemico) dell’8 settembre 1943, è quella secondo cui la Marina avrebbe "disciplinatamente" accet­tato l’armistizio stesso, trasferendo le navi a Malta. Ma se, anziché fermarci ai testi di storia con i quali a due generazioni di italiani è stato insegnato il falso come verità assoluta ed indiscutibile, si lasciano parlare i fatti ed i documenti, molti dei quali addirittura pubblicati, è facile vedere che le cose non stanno esattamente così.

Il Comandante in capo nemico, gen. Eisenhower, annunciò la resa italiana da Radio Algeri nel po­meriggio dell'8 settembre 1943, come concordato con Badoglio, che avrebbe dovuto dare contemporaneamente lo stesso annuncio. Scrive Eisenhower in un suo ben noto libro: "Si stabilì che la resa sarebbe stata considerata effettiva la sera dell'8 settembre e che Badoglio e io avremmo annunciato contemporaneamente la capitolazione"[1].

 Invece, nelle stesse ore si svolse a Roma, al Quirinale, una riunione dei vertici politici e militari, nella quale Vittorio Emanuele III dichiarò: "Il generale Eisenhower ha comunicato che questa sera stessa egli farà alla radio la notificazione dell'armistizio, mentre questo avrebbe dovuto avvenire solo fra qualche giorno [sic!]. Ho voluto riunire Lor signori per conoscere la loro opinione su questa improvvisa ed imprevista [sic!] modifica della situazione"[2]. Il Ministro e Capo di Stato Maggiore della Marina, interpellato dal Re, rispose: "Maestà, non ho conoscenza che sia stato concluso un armistizio. né delle sue clausole, né di una data fissata per la sua notificazione, non mi sento quindi di esprimere un parere su una questione della quale ignoro gli esatti termini"[3], ed analogamente si espresse il Ministro e Capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica, Gen. Sandalli[4]. Anche il Ministro della Guerra, Gen. Sorice, apprese nel pomeriggio dell’8 settembre la notizia della resa firmata cinque giorni prima [5].

Inoltre, i presenti "espressero la loro indignazione nei confronti del maresciallo Badoglio e del generale Ambrosio per non averli tenuti al corrente dell'effettivo svolgimento delle trattative armistiziali, che avrebbe loro consentito di prendere in tempo gli opportuni provvedimenti di sicurezza".

La prima falsa affermazione, già nel tardo pomeriggio dell'8 settembre, del presunto "anticipo", improvviso e non concordato, nell'annuncio dell'armistizio da parte di Eisenhower è quindi da attribuire a Vittorio Emanuele III. L'affermazione fu da allora ripetuta da molti, ed è presente persino nell'"Enciclopedia italiana" [6], quale giustificazione del motivo per il quale Badoglio ed il Comando supremo italiano, "colti di sorpresa", avrebbero lasciato le nostre truppe prive di ordini, in balia della prevedibilissima reazione dei tedeschi o sbanda­tesi per non saper più come comportarsi.

Ma veniamo all’affermazione corrente secondo cui la Marina avrebbe "disciplinatamente" accet­tato l'armistizio, trasferendo le navi a Malta.

A parte tassativi rifiuti di portare le navi nei porti nemici, come quello dell'ammiraglio Galati, co­mandante di una Divisione navale a Taranto (che fu mes­so agli arresti in fortezza per questo rifiuto), e ten­tativi di ammutinamento di marinai a bordo di unità dirette a Mal­ta, va soprattutto ricordato il comportamento della Squadra navale da battaglia, al comando dell'ammiraglio Bergamini, cioè del nerbo della nostra Marina.

"La mattina del 7 settembre [1943] - scrisse l'am­miraglio Raffaele de Courten, Ministro della marina nel Governo Badoglio e Capo di Stato Maggiore della Regia Marina, in una relazione datata 12 febbraio 1944, cioè mentre era Ministro del "Governo del Sud" - ebbi con l'ammiraglio Bergamini, Comandante in capo della Squadra da battaglia, giunto a Roma per la riunione da me convocata, un colloquio sullo spirito della Flotta. Ebbi da Lui piena ed esplicita assicurazione che la Flotta era pronta ad uscire per combattere nelle acque del Tirreno meridionale la sua ultima battaglia. Mi disse che comandanti ed ufficiali erano perfettamente consci della realtà cui sarebbero andati incontro, ma che in tutti era fermissima  la decisione di combattere fino all'estremo delle possibilità. Gli equipaggi erano pieni di fede e di entusiasmo. L'addestramento aveva fatto negli ultimi tempi buoni progressi. Gli accordi presi con l'Aeronautica italiana e con quella tedesca e le esperienze compiute davano buon affidamento di poter finalmente contare sopra una discreta cooperazione aeronavale. Egli confermava che, intervenendo ad ope­razione di sbarco iniziata [7] e traendo profitto dall'i­nevitabile crisi di quella delicata fase, sarebbe stato possibile infliggere al nemico gravi danni. Ricordo questo colloquio con commozione perché dalle parole di quell'uomo vissuto sempre sulle navi e per le navi emanava senza alcuna iattanza la tranquilla sicurezza di poter chiedere al potente organismo nelle sue mani lo sforzo estremo e il sacrificio anche totale" [8].

Ancora dalla relazione de Courten: la mattina dell'8 settembre (l'armistizio era stato già firmato da cinque giorni, ma il Ministro e Comandante in Capo della Marina ne era stato tenuto all'oscuro):

"essendo giunta conferma dell'iniziato sbarco degli anglo-americani nel Golfo di Salerno, dopo aver preso contatto con il Capo di Stato Maggiore Generale [gen. Ambrosio], ordinai alla Squadra da battaglia, a La Spezia, di accendere, tenendosi pronta a muovere dalle 14, per il previsto intervento offensivo nella zona di sbarco la mattina del giorno successivo [9 settembre 1943] e disposi perché fossero perfezionati e messi in atto gli accordi presi con le Aeronautiche italiana e tedesca per la cooperazione aerea"[9].

Invece, nel tardo pomeriggio dello stesso giorno fu annunciata l'avvenuta firma dell'armistizio. Le clausole di esso prevedevano che le nostre navi innalzassero sull'alberatura un pennello nero e dipingessero grandi cerchi neri sui ponti, quale segnale di accettazione della resa, e facessero rotta per i porti nemici. Era tassativamente vietato che la Squadra navale si dirigesse verso un porto italiano, e questo divieto fu ribadito più volte. La Squadra, pronta per il combattimento decisivo contro gli angloamericani, ricevuto improvvisamente l’or­dine di arrendersi e di recarsi verso un porto nemico e precisamente verso Bona, nell’Africa settentrionale, si rifiutò di ottemperarvi, come risulta chiara­mente dal suo stesso comportamento. 

La Squadra, difatti, si diresse non verso un porto nemico, ma verso un porto italiano, e precisamente alla Maddalena, a nord della Sardegna. Nelle sue Memorie l'Ammiraglio de Courten afferma di essere riuscito a convincere Bergamini ad obbedire all'ordine del Re e ad accettare l'armistizio, e quindi a non autoaffondare la Squadra, come era stato già deciso secondo l'unanime orientamento di ammiragli e comandanti e come previsto anche dal generale Eisenhower, il quale aveva affermato che era inutile porre nel testo della resa italiana clausole relative alla flotta, in quanto era ovvio che la flotta si sarebbe autoaffondata, secondo le radicate tradizioni marinare di ogni paese.

Un radiomessaggio a firma de Courten, scritto la sera dell'8 settembre ed inviato per la diramazione nel­la notte fra l'8 ed il 9 settembre, e precisamente alle 02.30 del 9, ma che in realtà fu trasmesso molto più tardi e cioè "nella tarda mattinata del 9"[10], preannunciava ai marinai d'Italia "sacrifici morali rispetto ai quali quello del sangue appare secondario", cioè il sacrificio dell'onore, ben più grave di quello della vita: cioè lo stesso de Courten, nell’ordinare l’obbedienza agli ordini del Re, affermava contestualmente che con quella obbedienza la Marina italiana si sarebbe disonorata.

È ovvio che chi avesse accettato il così detto armistizio – in realtà passaggio al nemico – si sarebbe disonorato: non solo de Courten condivideva in merito l’unanime opinione di tutti, come risulta in tutte lettere dal suo messaggio; ma anche lo stesso Comandante in capo nemico, Eisehower, aveva affermato, prima dell’armistizio, che non si poteva chiedere agli Italiani di schierarsi dalla parte di inglesi, americani e sovietici e di attaccare i nostri alleati tedeschi, in quanto questo atto sarebbe stato contrario alle leggi dell’onore: nel testo dell'armistizio, "si prevedeva la resa italiana, ma non il pas­saggio dalla parte alleata, perché Eisenhower era con­vinto che non si poteva chiedere agli italiani una de­cisione che egli stesso considerava contraria al codice d'onore militare"[11]. In un telegramma inviato ai "Com­bined Chiefs of Staff, USA-GB" il 27 luglio 1943, Ei­senhower affermava che gli Italiani "considerebbero di­sonorevole cercare di rivolgersi contro i loro antichi alleati e costringere alla resa le formazioni tedesche ora sul continente italiano" [12].

  E sempre, in ogni epoca ed in ogni civiltà, chi in guerra passa dalla parte del nemico si copre del massimo disonore.

Tuttavia, il trasferimento alla Maddalena – in violazione del divieto assoluto in tal senso, ribadito ancora l’8 settembre - avvenne d'accordo con lo stesso Ministro e Capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio de Courten. Per lo stesso de Courten l'accettazione dell'armistizio fu profondamente sofferta. In un primo momento, subito dopo la riunione al Quirinale in cui aveva avuto notizia dell'armistizio, in una riunione dei tre Capi di Stato Maggiore dell'Esercito, della Marina e dall'Aeronautica, convocata subito dopo dal gen. Ambrosio, Capo di Stato Maggiore Generale, de Courten, appresa la clausola del trasferimento immediato della flotta "in quelle località che saranno designate dal Comandante in Capo alleato", dichiarò:

"Avete fatto olocausto della Flotta, che è l'unica forza rimasta salda nel Paese, ma non meritate che essa si sacrifichi: darò ordine che essa si autoaffondi questa sera stessa" [8 settembre] [13].

che sarebbe stato fatto all'Italia in base al contributo che sarebbe stato da essa portato alla guerra degli anglo-russo-americani, e per la fortissima pressione psicologica esercitata dall'ordine tassativo del Re, optò con profonda amarezza, che ben si rileva dalle sue Memorie  (pur se scritte a molta distanza dagli avvenimenti), per l'accettazione l'armistizio. Tuttavia, dette ordine alla Squadra da battaglia di recarsi alla Maddalena, e non in un porto nemico, nonostante il tassativo divieto degli angloamericani, reiteratamente ribadito.

La Squadra italiana da battaglia, al comando di Bergamini, salpò da La Spezia - dopo aver fatto sbarca­re gli ufficiali dell'Aeronautica tedesca che erano a bordo per il collegamento aeronavale italo-tedesco nel previsto attacco al convoglio nemico diretto a Salerno -, dirigendosi non verso i porti nemici, cioè non ottemperando alla clausola dell'armistizio -, ma verso La Maddalena, cioè verso un porto italiano[14]. Inoltre, non innalzò il pennello nero, né dipinse i dischi neri sulla coperta delle navi, cioè non adottò i di­stintivi di accettazione dell'armistizio. In altre parole,

Gli ammiragli in sottordine ed i comandanti delle navi della Squadra, convocati dall'ammiraglio Bergamini, si erano pronunciati per l'autoaffondamento delle proprie unità, secondo la costante tradizione marinara e come aveva già previsto e dato per scontato il Comandate in Capo nemico, gen. Eisenhower.

 

E non solo; ma in pieno regime armistiziale, il mat­tino del successivo 9 settembre, alle 9.46, la Squadra avvistò un aereo inglese da ricognizione. Riconosciutane la nazionalità  (il Comandante in capo della Marina britannica nel Mediterraneo ignorava dove fosse la nostra più po­tente formazione da battaglia), la Squadra navale ita­liana aprì il fuoco contro l'aereo ingleseulteriore dimostrazione del rifiuto di accettare l'armistizio, mentre non aprì il fuoco contro un aereo da ricognizione tedesco, avvista­to poco più tardi [15].

La Squadra navale italiana aveva dunque rifiutato l'armistizio col nemico, se ancora il 9 settembre, in pieno regime armistiziale, continuò a com­battere contro gli angloamericani.

 

Giunta notizia che la Maddalena era stata occupata dai tedeschi (in realtà, si trattava di una occupazione temporanea, per permettere ai reparti germanici stanziati in Sardegna di ritirarsi in Corsica, così come fecero anche reparti italiani che non accettarono l'armistizio), Supermarina ordinò alla Squadra di dirigersi verso Bona. Bergamini ricevette l'ordine mentre stava dirigendosi da ovest (la Squadra aveva tenuto una rotta ad ovest della Corsica) ad est, verso l'ancoraggio. Alle 14.40 dette ordine di invertire la rotta, dirigendosi verso ponente [16]. A questo punto, ove non si fossero autoaffondate le navi, le possibilità erano due: proseguire verso ovest, verso le Baleari e la Spagna continentale, cioè verso porti neutrali, o deviare verso sud, in direzione di Bona. 

Ma poco più tardi, alle 15.35, le navi furono oggetto di un attacco aereo, che la Squadra italiana, che aveva rifiutato di accettare l’armistizio ed era ancora in guerra contro gli angloamericani,  ritenne essere ad opera di aerei inglesi, come risulta chiaramente dai telegrammi scambiati con Supermarina e dalle comunicazioni diramate, ancora dopo l'affondamen­to della corazzata "Roma" (15.50) e la morte in combattimento dell'ammiraglio Bergamini, dallo stesso Comando della Marina. Quasi due ore più tardi, alle 17.38, lo Stato Maggiore della Marina indirizzò un messaggio per l'Ammiragliato inglese a Malta, che fu trasmesso alle 18.30, in cui si chiedeva di "far sospendere azione aerea" (britannica) contro la nostra Squadra. Ancora, Supermarina alle ore 19.26 del 9 settembre, cioè ben tre ore più tardi, comunicò - ed il messaggio fu trasmesso addirittura alle 20.30 - ad una nostra unità navale in navigazione, lo "Scipione", il radiomessaggio n. 47570 dal seguente testo: "Corazzata Roma colpita da bombe velivoli inglesi est affondata ore 16.30" [17].

Pertanto, l'ammiraglio Bergamini ed i suoi marinai caddero combattendo contro quelli che essi ritenevano fossero inglesi. D'altra parte, che gli attaccanti fossero inglesi era molto plausibile, per il comportamento stesso della nostra Squadra da battaglia, che aveva rifiutato di dirigersi verso i porti nemici, aveva rifiutato di innalzare i segnali di accettazione dell'armistizio, aveva aperto il fuoco contro un aereo inglese.

Che la mancata esposizione del pennello nero e dei dischi neri in coperta fosse considerata anche dal nemico rifiuto dell'armistizio è ulteriormente provato dal fatto che ben tre giorni più tardi, il 12 settembre, il sommergibile italiano "Topazio", al comando del Tenente di Vascello Pier Vittorio Cesarini, che non aveva esposto quei segnali di accettazione dell'armistizio, fu attaccato ed affondato dall'aviazione britannica[18]. Al "Topazio" e ad altri sommergibili l'ordine di emergere alle 08.00 del 9 settembre, con un "pennello nero" al periscopio di prora era stato diramato alle 21.50 dell'8 settembre[19].

Attaccata dai tedeschi, la Squadra alle 07.00 del giorno successivo, 10 settembre, adottò pennelli e dischi neri,  per ordine dell'Amm. Oliva, che ne aveva assunto il comando. Al largo di Bona, nella mattinata del 10 settembre, la Squadra ebbe ordine dagli inglesi di dirigersi a Malta. Ma ancora durante la navigazione verso Malta, alle ore 05.28 dell'11 settembre, il Comandante dell'VIII Divisione, una delle tre che componevano la Squadra, Ammiraglio Biancheri, rinnovò ai Comandanti delle altre due Divisioni, la VII (Ammiraglio Oliva, che aveva assunto, dopo la morte di Bergamini, il comando dell'intera Squadra) e la IX (Ammiraglio Accorrenti) la proposta di autoaffondare le navi. L'Ammiraglio Oliva rifiutò di accoglierla, richiamando l'obbedienza all'ordine del Re[20].

Alcuni giorni più tardi, il 23 settembre 1943, fra l'ammiraglio inglese sir Andrew Cunningham, comandante in capo alleato del Mediterraneo, e l'ammiraglio de Courten, fu stipulato un accordo, sulla base di un memorandum britannico, circa le modalità dell'impiego della Regia Marina italiana "nella continuazione della guerra contro le potenze dell'Asse", cioè nella continuazione della guerra contro l'Italia e contro la Germania, le quali, come è noto, erano le due che formavano l'"Asse" Roma-Berlino[21].

Circa le promesse conseguenti al “promemoria di Québec”, fra cui era stata quella secondo cui le navi italiane, passando dalla parte del nemico, non avrebbero dovuto “abbassare la bandiera”, basti ricordare che esse al termine del conflitto furono suddivise fra i vari paesi nemici, vincitori della guerra contro l’Italia.

A conclusione di questa relazione, in cui non ho fatto altro che esporre notizie tutte già documentate e pubblicate, ma ignorate dalla pseudo-storiografia faziosa che domina da più di mezzo secolo, mi vengono in mente i primi versi di una nota canzone,

Navi d’Italia che ci foste tolte

Non con le armi, ma col tradimento…

                                                                                                    



[1] Dwight D. Eisenhower, Crociata in Europa. Unica traduzione autorizzata dall'inglese di Fernanda Pivano, Milano, Mondadori, 1949, p. 240.

[2] Raffaele de Courten, Le memorie dell'Ammiraglio de Courten (1943-1946), Roma, Ufficio Storico della Marina Militare, 1993, pp. 210-211.

[3] Ivi, p. 211.

[4] Archivio dell'Ufficio storico dello Stato Maggiore dell'Aeronautica, Carteggio Sandalli, così citato dal Comandante Pier Paolo Bergamini, figlio dell'Ammiraglio Bergamini, in una recente pubblicazione dal titolo Le Forze Navali da battaglia e l'armistizio, Roma, 2002 (supplemento alla "Rivista marittima" del gennaio 2002), p. 41 e nota 62.

[5] Testimonianza del senatore Giulio Andreotti, che ne venne a conoscenza qualche anno dopo direttamente dal gen. Sorice (“Il Tempo”, 12 ottobre 2003, pag. 2).

[6] Enciclopedia italiana, Appendice II, 1938-1948, vol. II, edito nel 1949, voce Vittorio Emanuele III, di Augusto Torre, ove a p. 1122, è menzionato testualmente "l'annuncio dell'armistizio prima del previsto".

[7] Lo sbarco angloamericano a Salerno.

[8] E. Aga Rossi, op. cit., doc. 7.3, pp. 362-376.

            Come abbiamo già rilevato in altra sede (Elio Lodolini, 8 settembre 1943: l'"inganno reciproco". Come la Marina fu tradita, in "StoriaVerità", a. III, n. 14, marzo-aprile 1994, pp. 10-16), la relazione dell'Ammi­raglio de Courten reca la data del 12 febbraio 1944, cioè mentre de Courten ricopriva in quello che fu detto il "Regno del Sud" la carica di Ministro della Marina del Governo Badoglio. La relazione nella quale egli sot­tolineava lo spirito battagliero, l'elevato morale e l'efficienza bellica della nostra Flotta, pronta ad immo­larsi per contrastare il nemico angloamericano, costituisce quindi un documento di grande obiettività ed anche un atto di coraggio, in quanto gli altri protagonisti di quel periodo, schieratisi dalla parte del nemico ed anzi corresponsabili del capovolgimento di fronte, hanno sempre tentato di giustificare il loro operato con affermazioni di segno opposto, quali  la presunta inadeguatezza delle forze italiane, la scarsità di mezzi, la mancanza di spirito combattivo dei nostri soldati; affermazione, specialmente quest'ultima, assolutamente non vera.

[9] E. Aga Rossi, op. cit., p. 368.

[10] In una nota a p. 265 delle Memorie dall'Ammiraglio de Courten si avverte che mentre ivi "sono sempre indicate le ore di compilazione dei telegrammi, la loro trasmissione da parte del Centro R. T. di Roma fu subordinata alle possibilità pratiche di utilizzazione dei vari canali ed al criterio di dare la precedenza agli ordini di carattere operativo". In particolare, "il messaggio da me dettato alla sera dell'8 per tutti i marinai fu diramato solo nella tarda mattinata del 9".  In E. Aga Rossi, op. cit., doc. 7.2, p. 356, è indicato che il messaggio, con il n. 443885, fu trasmesso alla fine della mattina del  9, e precisamente dieci minuti prima di mezzogiorno.

[11] E. Aga Rossi, op. cit., p. 37.

[12] Ivi, nota 66, e p. 147.

[13] R. de Courten, Memorie, cit., p. 213.

[14]Secondo la relazione redatta il 12 febbraio 1944 dal Ministro della Marina del Governo Badoglio, anche in seguito ad un colloquio telefonico fra lo stesso de Courten e Bergamini, il quale aveva riferito che era u­nanime l'orientamento della Squadra di autoaffondarsi per non cedere le navi al nemico. "Gli prospettai - af­fermò de Courten - l'opportunità di partire al più presto con la Squadra per La Maddalena" (così nella rela­zione del 12 febbraio 1944, in E. Aga Rossi, op. cit., p. 370). Il trasferimento alla Maddalelena avrebbe potuto dare il tempo necessario a riflettere sulla scelta da adottare.

[15] "... alle 09.46 suonò l'allarme, per l'avvistamento di un aereo da ricognizione britannico, che comin­ciò a girare intorno alla formazione navale. Contro il velivolo, che fu riconosciuto per un bimotore del tipo «Glenn Martin», le navi aprirono il fuoco con le artiglierie contraeree principali; il tiro fu però subito do­po sospeso, e fu seguito dall'ordine di non sparare su velivoli di nazionalità britannica e americana. [...] Alle 10.29 fu avvistato un aereo da ricognizione tedesco, riconosciuto del tipo «Ju. 88»...": Francesco Matte­sini, L'armistizio dell'8 settembre 1943. Parte 2ª: Il dramma delle Forze Navali da Battaglia, in "Bollettino d'archivio dell'Ufficio Storico della Marina Militare", a. VII, settembre 1993, pp. 81-182, in cui le frasi qui riportate sono a pp. 102-103.

[16] Memorie dell'ammiraglio de Courten, p. 270.

[17]Il radiomessaggio di Supermarina all'Ammiragliato britannico di Malta e quello allo "Scipione", n. 47570 sono riportati come doc. 7.2, in E. Aga Rossi, op. cit., pp. 359 e 360. Nelle Memorie dell'ammiraglio de Courten non si parla del fatto che l'attacco alla nostra Squadra navale da battaglia sia stato ritenuto, dalla Squadra stessa e conseguentemente da Supermarina, un attacco portato dagli angloamericani.

[18]Questo episodio, quasi sconosciuto, è ricordato da Giuliano Manzari, Gli avvenimenti nelle basi metropolitane ed extrametropolitane, in "Bollettino d'Archivio dell'Ufficio storico della Marina Militare", a. VII, settembre 1993, pp. 183-189, in cui questa notizia è a p. 189.

[19]E. Aga Rossi, op. cit., doc. 7.2, cit.

[20]Memorie dell'Ammiraglio de Courten, cit., p. 272.

[21]Il memorandum è pubblicato, in traduzione italiana, nelle Memorie dell'ammiraglio de Courten, pp. 306-309.